Siamo in Serie A

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Colleferro, 13 aprile 2025 – Sarà un racconto lungo.
Sarà un racconto nel quale cercherò, per quanto possibile, di non parlare dei singoli. Chi ha preso il gol, chi lo ha fatto, chi ha sbagliato approccio o ha morso la giugulare dell’avversario non interessa a nessuno.
Proverò a raccontare quello che ho visto e vissuto da una prospettiva diversa.

Mai avevo giocato un Campionato Italiano senza le miniature tra le dita. Non aprire quella valigetta, non ripetere i soliti gesti che mi accompagnano da 25 anni è stata una sofferenza. Non c’è altra parola. Una sofferenza enorme.
L’ho fatto con una pesantezza addosso che solo chi è passato da questi sentieri conosce. È una pesantezza vigliacca, maledetta. Ti toglie senza chiedere, non concede il benefico del dubbio, della domanda. Impone.
Ho avuto intorno a me cinque persone incredibili. Ognuno consapevole del suo ruolo. Sei, perché la persona che è rimasta a casa era li. Importante, la più importante. Cinque giocatori, cinque amici, fratelli che non hanno sbagliato niente. Neanche quando hanno sbagliato lo hanno fatto. Se non sbagli mai sei finto, sei plastica e carbonio. Invece questi hanno sangue, sudore, lacrime, tremori e sorrisi. E quando sei fatto di questa roba non sbagli mai.
È stato uno dei momenti nel quale mi sono sentito fortunato. Fortunato perché è stato un onore essere il quinto uomo in mezzo ai tavoli. Solo chi ha anni di esperienza alle spalle conosce l’importanza di questo ruolo; spesso banalizzato al mero cronometro umano o visto come colui che legge il tabellone dei risultati. Io l’ho sempre visto come il compagno di squadra che ti asciuga il sudore dagli occhi nel momento del tiro, quello che ti fa entrare aria nei polmoni dopo trentacinque secondi di apnea per un tiro subito. Negli anni è capitato di non averlo il quinto uomo ed era tutto più difficile. Bastava “orgoglio Betico” detto dal Catta per rientrare in partita, o il “dai Luke cazzo!” quando al Boncia non gli piaceva la giocata. Io non so se sono stato all’altezza ma so che mi avete fatto sentire importante e ve ne sarò eternamente grato. “Mi raccomando stammi vicino” è la medaglia che porterò al collo.
 Non vi nascondo che sono state tante le volte che avrei avuto la voglia di aprire la valigetta e scendere in campo. Non giocare quel maledetto play off è stato come togliersi le vene. Ma “accompagnarvi” fino a lì è stato uno dei punti più alti del mio percorso subbuteistico.
Sono tornato a casa distrutto fisicamente. Ma ero partito da casa distrutto psicologicamente.
E questa è già una grande vittoria.

Venendo al campionato, che devo dire di una squadra che vince 17 partite su 22 e non sale di categoria?! Mi rimane solo da confermare quello che dico da anni. Fintanto non ci togliamo il viola di dosso andrà sempre così. Oramai è una certezza. Mia. (faccina che sorride).
Per quanto mi riguarda non solo abbiamo vinto il play off ma siamo stati promossi in Serie A. Perché quello che ho raccontato va ben oltre una sconfitta a due minuti dalla fine di un sudden death. Questa non è una sconfitta, perché siamo stati un tutt’uno dall’inizio alla fine. Avevamo già giocato un play off, perdendolo. Ma quella sì che fu una sconfitta. Dettata da un personalismo che niente ha a che vedere con questo sport.
Non voglio dimenticare gli amici, i compagni di squadra che da casa fanno sentire sempre la loro vicinanza. Vi assicuro che quando alla fine di una partita ci mettiamo a sedere su quei gradoni, leggervi è la prima cosa che facciamo; serve per respirare. Quella marea di cuori viola serve a rimettere in moto l’energia che dovrà sostenerci nella prossima partita. Grazie.

È dal post Covid che dico che voglio smettere. Quest’anno ci sono andato vicinissimo per un sacco di motivi. Alla fine, mi ritrovo davanti a questo monitor con le dita che scorrono su una piccola tastiera  cercando di spiegarvi quello che ho dentro.
E vincete sempre voi.
Maledetti.
Il prossimo anno scriviamo di quell’abbraccio immenso alla fine dell’ennesima splendida cavalcata.
Forza Firenze, SEMPRE!